fuga
[fù-ga] [pl. -ghe] s.f.
Abbandono precipitoso o segreto di un luogo
; f. dalla città, andare ad abitare in provincia e ogni sabato sera chiedersi il perché.
Chi fugge dalla battaglia può combattere un'altra volta e scrivere meglio di essa (Demostene)
Il Generale e i Fratellini d'Italia. Libro + DVD
Edizioni GALLUCCI
Tratto dal racconto di Luca Olivieri e Luciano Cattaneo.
Disegni di Paolo Cardoni
Voci Luciana Littizzetto e Neri Marcorè
Produzione Lanterna Magica
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Era una tranquilla notte d’aprile del 1860, Torino dormiva un sonno sereno. Tutto taceva avvolto nel leggero buio di primavera. La luna sussurrava ai pochi ritardatari di andarsene a dormire, fra le lenzuola profumate di casa, mentre gli eleganti palazzi del centro storico brillavano della sua luce color argento.
Il Palazzo Reale accoccolato nel suo immenso giardino frusciante di vento sembrava un grande animale immobile nel suo sonno. Le sue cento finestre erano tanti occhi chiusi, i suoi camini avevano smesso di sbuffare fumo e le braci della stufe si stavano spegnendo nell’eco silenziosa dei corridoi.
Solo una stanza era sveglia. Era lo studio regale di Re Vittorio Emanuele II.
Il Re era molto preoccupato. Stava seduto al suo splendido scrittorio di noce. Scriveva e riscriveva fogli, poi li leggeva con cura, li correggeva e infine con un sospiro di disappunto li appallottolava scaraventandoli lontano. Le palle di carta sparse un po’ qua e là nella stanza regale ormai non si contavano più. I fogli coprivano il tappeto e il pavimento. Giacevano accartocciati e scricchiolanti vicino alla grande libreria scura, proprio dove c’era un buchino nella parete. Anzi un piccolo uscio, con il nome inciso sopra, Marchese Bucaformaggi, nobil topo.
Nella piccola tana non mancava proprio niente. Era stata arredata con pezzi pregiati secondo l’eleganza di Palazzo Reale. C’era anche un bel letto e sotto le lenzuola, anche quella sera, si era infilato il topino marchese, convinto che quella sarebbe stata un’altra notte tranquilla come le altre. Avrebbe russato in modo aristocratico e al minimo rumore che avrebbe attentato il suo sonno, si sarebbe dato una grattata alla testa infagottata nel berretto di cotone di Clavesana e si sarebbe rigirato dall’altra parte, facendo svolazzare le lunghe maniche del suo pregiato pigiama di seta.
Invece no. Quella notte, il povero topo non riusciva a dormire con tutto quel chiasso. Quindi si alzò imbronciato, si calcò ben bene il berretto da notte sulla zucca e si diresse a grandi passi verso il Re, brontolando tra sé sull’ora tarda e sulle buone maniere che non c’erano più.
Bucaformaggi non sapeva che il Re stava firmando un ordine diretto a un certo Giuseppe Garibaldi, rivoluzionario. L’ordine con tanto di bollo reale parlava chiaro: fare l’Italia. O meglio, unirla tutta sotto un unico regno, il suo. Il nostro bene amato paese, in effetti, a quei tempi più che uno stivale sembrava un calzino pieno di toppe e rammendi tanto era diviso in stati e staterelli. Re stranieri, principi, conti, baroni e lacchè. Tutti volevano impadronirsi di un pezzo di terra italiana dove fare i propri comodi. Garibaldi, uno che faceva le rivoluzioni con la facilità di farsi un panino al formaggio, non si fece pregare troppo dal Re, anzi aveva già radunato un piccolo esercito di mille uomini. Tutti erano pronti per la grande impresa. L’impresa dei Mille per unire e liberare l’Italia dai prepotenti. Garibaldi aveva vestito ognuno di una camicia rossa e chiamava tutti patrioti.
Bucaformaggi odiava il rosso, la politica lo annoiava e pensava che i patrioti portassero solo grane. I Mille di Garibaldi aspettavano il lasciapassare per partire? Bene, lui e le sue pantofole avrebbero fatto ben altra strada. Bucaformaggi, dopo un urletto isterico di protesta condominiale, si rigirò su se stesso, si inciampò come un salame e finì dritto dritto nel portadocumenti d’ottone diretto a Garibaldi. Il foglio con l’ordine di agire gli piovve in testa, il tappo si chiuse.
Strano destino. Bucaformaggi così poco coraggioso si trovò abbracciato a un dispaccio segreto, al buio, sotto la mantella di un soldato che sfrecciava sul suo cavallo al galoppo per la città. Nelle campagne scure. Lontano, sempre più lontano. (… continua)
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Le Balene di Gajas
di Luca Olivieri
Progetto per serie televisiva
Disegni Paolo Cardoni
Produzione Lanterna Magica
È un punto nel buio il faro dell’isola di Gajas.
Quando l’alba prende il posto della notte, il suo occhio luminoso si spegne nella luce che prende a morsi quel tratto di costa, così frastagliato e scosceso, mentre il suo cuore rallenta e si ferma nel silenzio del mare.
La grande lente si ricopre dei riflessi del sole che nasce. Come tutti i giorni, i gabbiani strillano nel vento e, come tutti i giorni, qualcuno sale la scaletta sottile di ferro che, come una chiocciola, si arrampica lenta all’interno del corpo del gigante di pietra. Quel qualcuno è Plinio, il vecchio guardiano che sale per il controllo della lampada e per lustrare la lente sporca di salsedine. Quassù tutto è vecchio: il motore che fa girare la lampada e lo specchio a parabola, i ferri, i tiranti, i bulloni. Solo il mare è sempre lo stesso ragazzino, vivace e irrequieto.
La mattina è il momento più bello per Plinio. Sua figlia Annette esce dalla casa del faro al centro del grande cortile ammantato d’erba. Tutti i giorni, con una grande cesta di bucato da stendere. A Plinio piace osservarla da lassù. Lui nella stretta lanterna, lei nel prato verde. Lui con le mani nel grasso, lei tra le lenzuola bianche accecanti. Lui in silenzio, lei che canta la sua bellezza al mondo. Annette è l’allegria, oltre a quella degli animali da compagnia residenti al faro: un gruppo chiassoso d’oche e due maiali nel recinto nell’angolo del cortile.
(… continua)